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SOSTENIBILITÀ

Massimo impatto sui consumatori,
minimo impatto sull’ambiente.

20 marzo 2015

Plastica vegetale, dall’Università di Genova parte la sfida ai colossi chimici mondiali

L’Italia in prima linea per l’innovazione nei materiali ecologici per il confezionamento.

La plastica è uno dei rifiuti a maggiore impatto ambientale e se consideriamo che viene stimata una produzione mondiale annua di 290 milioni di tonnellate di rifiuti derivanti dalla plastica, è evidente come ogni proposta che ne semplifichi lo smaltimento sia importantissima.

Un contributo per ridurre questo problema arriva dall’IIT – Istituto Italiano di Tecnologia – di Genova. Gli scienziati di questa importante istituzione ligure hanno trovato un modo rivoluzionario di produrre bioplastica utilizzando gli scarti del caffè, del prezzemolo e della cannella.

Considerando che in Europa produciamo circa 28 milioni di tonnellate di scarti vegetali, questa scoperta comporta un doppio vantaggio: gli scarti delle lavorazioni possono essere recuperati per intero e venire riutilizzati per applicazioni che a loro volta consentono di ridurre il consumo di materie prime e l’inquinamento.

Con un procedimento relativamente semplice, gli scarti di caffè, prezzemolo e cannella vengono trattati con polimeri e con solventi naturali, ottenendo una materia malleabile, pronta per essere utilizzata come i polimeri derivati oggi dal petrolio, ma completamente biodegradabile.

A seconda del vegetale utilizzato si ottengono plastiche dalle diverse proprietà: antiossidanti e antimicrobiche con il prezzemolo, sterile ottenuta dalla cannella e in grado di assorbire i metalli pesanti dispersi nell’acqua se si impiega il caffè.

Plastica a km zero, 100% green, che aiuterebbe anche a risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti biologici. Un mercato molto interessante ma costoso: il prezzo della plastica normale è di circa un euro al chilo contro quello stimato di 6/7 euro della bioplastica, cifre contenibili con una filiera di produzione robusta.

La scienza ha fatto la sua parte, ora tocca all’industria fare la propria

 

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