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DEONTOLOGIA

Il punto in cui l’operatività
incontra l'etica.

12 maggio 2015

Regalare una “seconda opportunità”

Luciana Delle Donne e la sua iniziativa: “Made in carcere”.

Una nuova vita per stoffe e tessuti, ma anche una seconda chance per chi ha sbagliato e sta scontando la sua pena in carcere. Questa in estrema sintesi l’idea che ha portato Luciana Delle Donne a lasciare un posto da top manager in un’azienda bancaria e a dedicarsi al sociale. Nel 2007 decide di creare il marchio “Made in carcere-valori forzati”, di aprire un laboratorio di sartoria in un penitenziario pugliese e di raccogliere una sfida: regalare una seconda opportunità a chi spesso si vede chiusa ogni strada, dopo aver commesso un errore. Grave, sicuramente, tanto da essere stato condannato, ma non al punto di vedersi tolta la propria dignità. Così, almeno, la pensa Luciana che, dopo un avviamento difficile, è riuscita in questi anni ad assumere oltre 100 donne recluse, alcune anche in regime di massima sicurezza.

La parte più dura è stata quella di far capire alle detenute che erano capaci di realizzare un progetto – racconta Luciana – molte sono sfiduciate dalla vita e da tutto quello che fa parte del loro passato. Percepire uno stipendio e contribuire alla spese della famiglia o poter pagare un regalo di compleanno per il proprio figlio, costituisce un modo per riscattarsi e riacquisire il senso di una reclusione che possa effettivamente riabilitare e non punire.

Attenzione al sociale ma anche agli sprechi e all’ecologia: i manufatti prodotti a marchio “Made in Carcere” sono realizzati con materiali di scarto recuperati da aziende italiane. Quello che diventerebbe rifiuto da smaltire si trasforma, nelle mani di Lucia e delle sue donne, in un nuovo oggetto moda, acquisisce una seconda vita che riporta gli scarti a essere parte integrante di un accessorio: dalle borse/sciarpa che cambiano forma a seconda dell’uso al portachiavi che nasconde una mini borsa o ai braccialetti

Ma la cosa più importante per le detenute è quella di imparare un mestiere che potranno sfruttare una volta fuori, per un reinserimento nella società lavorativa e civile. Un messaggio di speranza, di poter riprendere una vita dignitosa e di contribuire, con il loro lavoro, a un progetto che serva come modello per altri.

Made in carcere

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